Testo della presentazione a cura di A. e G. Ponzo
- Una breve premessa: non siamo filosofi professionisti ma semplicemente curiosi della filosofia, per cui ci scuserete se non saremo rigorosi. Ciò che ci proponiamo è semplicemente di stimolare una riflessione e non di fare una critica serrata al pensiero di Galimberti.
- La Lampada di Psiche, è un libro in due parti: la prima contiene una serie d’interviste che un giornalista di una radio svizzera, Paolo Belli, ha fatto a Galimberti tra il 2000 e il 2001. La seconda parte è un estratto di un altro libro di Galimberti: Psiche e Techne, “L’uomo nell’età della tecnica”. La prima parte contiene delle “istantanee” scattate da Galimberti a rappresentare appunto la situazione dell’uomo moderno in balia della tecnica.
- Data la relativa semplicità del libro e la limpidezza dei pensieri in esso espressi, ci è sembrato riduttivo venir qui a leggerne o commentarne dei brani: ci è sembrato più opportuno presentare il frutto degli stimoli e delle domande che ha suscitato in noi: l’invito è quindi di provare, chi non l’avesse letto e lasciarsi trascinare dalla corrente!
- Filosofia: da un po’ di tempo è tornata di moda: caffè filosofici, convegni di filosofia, libri (La Filosofia e i Simpson, La Filosofia del Dr. House, Platone meglio del Prozac...), sembra proprio che la Filosofia abbia deciso di uscire dalle stanze dell’Università dove si era rinchiusa da un po’ di tempo, per tornare nelle piazze a cercare di ritrovare il suo ruolo nella società, che era poi quello di stimolare nell’uomo una riflessione sulla sua esistenza.
- Filosofia nasce dalla meraviglia. La parola greca, che traduciamo con meraviglia, è thauma. Meraviglia però non rende bene il senso di questa parola: thauma rappresenta l´orrore provato dinanzi a uno spettacolo angosciante. La filosofia nasce proprio dalla terrificante scoperta che ogni cosa nasce e muore, "diviene" quindi.
- Thauma è anche movente profondo della mitologia, della religione, della scienza: questi sono solo modi diversi di porsi, di cercare di contrastare il turbamento provocato appunto dalla "meraviglia".
- Evidentemente se la filosofia si è eclissata per un certo periodo dalla società, è perché l’uomo ha superato questo Thauma, ha messo da parte questa paura per il divenire. Non si meraviglia più. E perché allora oggi torna? Perché c’è una domanda che solo la filosofia può provare ad affrontare e la domanda non è Che cosa la Tecnica può fare PER l’uomo ma Che cosa la Tecnica può fare DELL’uomo.
- Un certo Gerd Achenbach ha scritto un libro dal titolo “La Consulenza filosofica, La filosofia come opportunità di vita”. Achenbach ha coniato la figura del consulente filosofico alla quale può rivolgersi l’individuo che prova disagio, incertezza, delusione, insoddisfazione per la propria esistenza.
Gert Achenbach, nel 1999, scriveva:
"La consulenza filosofica sulla vita, attraverso la consulenza del filosofo, è attualmente diventata un’alternativa alle psicoterapie.
Essa è un’istituzione per le persone – afflitte da preoccupazioni o da problemi – che “non se la cavano” nella vita o che pensano di essere in qualche modo rimaste impigliate; persone che sono assillate da domande a cui non riescono a rispondere e di cui non riescono a liberarsi; persone che, sì, si affermano nella loro quotidianità, ma che allo stesso tempo non si sentono sufficientemente chiamate in causa, perché hanno l’impressione che la loro vita effettiva non corrisponda alle loro possibilità.
Nella consulenza filosofica si presentano individui per i quali non è sufficiente solamente vivere o semplicemente arrangiarsi, ma che piuttosto cercano di rendersi conto della propria vita, sui contorni della quale – il “da dove”, il “dentro dove” e il “verso dove” – sperano di fare chiarezza.
Non è raro che la loro esigenza sia quella di riflettere sulle particolari circostanze, sui frequenti intrecci e sullo strano e poco chiaro corso della loro vita."
In breve: cercano la consulenza filosofica perché voglio capire ed essere capiti.
Ciò che li muove non è quasi mai la domanda di Kant “che cosa devo fare?” ma più spesso la domanda di Montaigne “che cosa sto facendo?”.
- Galimberti si inserisce in questo movimento. Egli cerca nuove forme per comunicare un atteggiamento filosofico che sia anche pratico, utile. Vediamo di capire meglio chi è Galimberti:
- È Filosofo e Psicanalista
- Insegna Filosofia della Storia e Psicologia Dinamica all’Università di Venezia
- È autore di libri di divulgazione filosofica (editi di solito da Feltrinelli) e di un Dizionario di Psicologia
- È editorialista su Repubblica (con una rubrica fissa del venerdì su Repubblica delle Donne) e in passato anche del Sole 24 Ore
- È Direttore della collana Pratiche filosofiche edita da Apogeo con annesso sito web
- Galimberti compie un percorso che già Socrate ha fatto prima di lui. Come Socrate, anche Galimberti scende in piazza, ma mentre il giovane Platone, aveva la possibilità di camminare per le strade di Atene con il vecchio Socrate, percepire la sua voce, i suoi umori, i suoi sguardi, le sue espressioni, domandare direttamente e godere delle sue intuizioni, oggi, nell’era di internet, se scendessimo in una piazza, Socrate non riusciremo a trovarlo.
- Possiamo quindi dire che Galimberti è costretto a scendere in piazza virtuale.
- Galimberti non è un filosofo “rivoluzionario: nei suoi libri, dato l’enorme numero di citazioni, è a volte difficile distinguere il suo pensiero da quello delle persone cui fa riferimento. Ha però la capacità di Aprire l’Orizzonte e di stimolare una ricerca che va oltre i suoi libri: indica un possibile percorso di formazione (Eraclito, Nietzsche, Jung, Heidegger). Tema a lui caro è quello dell’uomo nell’età della tecnica, inaugurato da Heidegger in seguito all’esperienza nazista.
- A proposito di Heidegger, troviamo una citazione all’inizio della seconda parte del libro:
“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”. M. Heidegger, L’abbandono (1959), Ed. Il Melangolo.
Amore e Psiche
Prima di entrare nel vivo del tema facciamo alcune premesse.
Perché proprio la Lampada di Psiche?
Si tratta di un mito descritto ne Le Metamorfosi di Apuleio.
Un libro nel libro.
Parla di un viaggio simile a quello di Ulisse...
Psiche era una fanciulla di straordinaria bellezza, figlia si un re. Furente di gelosia, Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, ordinò a suo figlio Eros di fare innamorare la ragazza di un uomo orribile. Ma a innamorarsi di lei fu lo stesso Eros, che una notte, senza farsi riconoscere, s’introdusse furtivamente nel suo letto, vietandole tuttavia di guardarlo. La fanciulla trascorse ore felici. Le sorelle, frementi di invidia per la fortuna che le era capitata, la convinsero che probabilmente il suo amante era un mostro. Fu così che una notte Psiche, non potendo trattenere la curiosità, portò con sé una lampada ad olio e un coltello, nel caso in cui l’amante si fosse rivelato davvero un mostro. Quando l’accese, la luce rischiarò il corpo splendente di Eros che giaceva addormentato nel suo letto.
Psiche lo contemplava, piena di desiderio, quando una goccia di olio bollente gli cadde addosso, svegliandolo d’improvviso. Il giovane dio allora fuggì…
- La storia prosegue poi con le prove che dovrà superare Psiche per poter ricongiungersi con Eros e in qualche modo, alla fine, i due riescono a rincontrarsi e a coronare il loro amore.
Se Galimberti intitola il suo libro La Lampada di Psiche evidentemente per il senso del suo racconto, quell’istante ha un significato particolare. Nella storia, lo stesso mito è stato rappresentato in tanti altri modi diversi.
Uno dei più famosi si trova al Louvre di Parigi.
Amore e Psiche (gruppo scultoreo del Canova)
- Canova decide di rappresentare la conclusione della storia. E’ come se uno scultore volesse rappresentare l’Odissea nel momento in cui Ulisse giunto ad Itaca, abbraccia Penelope: eppure, come dice un poeta greco chiamato Kavafis, in una poesia chiamata Itaca, importante non è la meta: importante è il viaggio.
- Canova rappresenta il momento in cui Psiche ha completato il suo percorso di maturazione, può guardare Amore fisso negli occhi, senza timore che questi si dia alla fuga.
- La scultura emana un senso di completezza: Amore ha le ali dispiegate, ha una mano sul seno di Psiche ad affermare che lei è ormai divenuta donna.
- Amore e Psiche è un qualcosa di Bello secondo l’estetica neoclassica perché Bello è un Simbolo di Armonia, Leggerezza ma anche Trascendenza.
- La parola Simbolo come spesso ricorda Galimberti, deriva da Syn-balleyn che vuol dire mettere insieme, composizione di opposti….
- Un Simbolo non esprime un significato de-terminato ma, come un oracolo, allude…lascia intendere… ci stimola ad intraprendere un viaggio…
- Amore e Psiche è simbolo di trascendenza dell’umano verso il divino ma anche del divino verso l’umano (movimento verticale)
- L’umana Psiche si completa con Amore che è divino, perché non riusciamo a concepire Amore con la Ragione, pena la sparizione di Amore stesso; ma questo Psiche lo ha imparato ormai.
- Amore e Psiche mostra due individui, complementari ma ben distinti, realizzati ciascuno nel loro specifico modo di essere.
Come sembra dirci Canova, Psiche senza Amore si riduce a essere Techne: qualcosa di gettato a terra, senza Senso, senza Armonia, senza Bellezza. Il suo abbraccio si chiude nel Vuoto.
Galimberti dice che “Depotenziato della carica umana (ma dovremmo dire divina) l’uomo e la donna si riducono ad essere funzionari dell’apparato tecnico.”
- Ne “La Lampada di Psiche” Galimberti, viceversa, intende simboleggiare il momento iniziale del percorso iniziatico di Psiche. Fino a quel momento Psiche non poteva ancora dirsi Matura. Quando poi, presa dal Dubbio, cerca di oltrepassare il limite ed è costretta ad intraprendere un viaggio che la porterà a prendere coscienza di sé.
L’uomo nell’età della tecnica
- Quella che stiamo per discutere è una critica all’ Età della Tecnica, così come la chiama Galimberti. In particolare, una critica all’Uomo, inteso nel suo Essere nell’Età della Tecnica.
- Paradossalmente siamo costretti a utilizzare alcuni degli strumenti tipici dell’Età della Tecnica: un proiettore (Galimberti dice che l’Homo non è più Sapiens ma è Homo Videns…) e un computer portatile.
- In sintesi potremmo giungere subito alla conclusione del nostro ragionamento e cioè che il problema della Tecnica non è la Tecnica in sé, ma l’uso che se ne fa. Cerchiamo di sviluppare meglio questo concetto.
- Facciamo alcuni esempi: se proviamo a guidare utilizzando un navigatore satellitare normalmente raggiungiamo la nostra meta senza troppe preoccupazioni. Se però il navigatore impazzisce, si scarica la batteria oppure la mappa non è aggiornata capita di provare una strana sensazione di smarrimento. Non so se vi è ma capitato, ma, evidentemente la Tecnica ha un certo effetto sul nostro essere. In qualche modo ci condiziona.
- È anche interessante una storiella che raccontava Gaber a proposito di quale fosse il suo parere riguardo la TV: Gaber raccontava che una volta un tizio della Rai chiamò Edoardo De Filippo per invitarlo ad una trasmissione e il tizio al telefono disse: “pronto? Qui parla la Televisione…” E Eduardo subito: “Aspetti che le passo il Frigorifero”!
- Il problema quindi è nel modo in cui utilizziamo la Tecnica e che la Tecnica in qualche modo modifica il nostro modo di essere.
- Ma è una novità dell’ultimo tempo? Uno dei primi filosofi, Anassagora, diceva che “l’uomo è intelligente perché ha la mano”. Sembra una cosa banale ma in realtà quest’affermazione ci dice semplicemente che la Tecnica è uno dei tratti distintivi dell’uomo, grazie al quale esso è evoluto.
- Prima di entrare nel dettaglio del pensiero di Galimberti ci siamo accorti che un film lo esprime in modo particolarmente accurato. Si tratta di 2001 Odissea nello Spazio. Vediamone i momenti salienti.
Un profeta moderno: Stanley Kubrick
- L’uomo scopre che con le proprie mani può manipolare la natura per fare delle cose diverse dal mangiare o combattere. Può costruire delle armi per combattere meglio. Possiamo dire che il momento in cui l’animale afferra la clava è la data di nascita della Tecnica.
- Possiamo fissare in quel momento anche la Domanda “è l’uomo che ha il possesso della Tecnica o è la Tecnica che ha il possesso dell’Uomo?” perché da quel momento in poi come in una spirale senza fine, questo processo di evoluzione si svilupperà fino a livelli di crudeltà assolutamente dis-umana..
- Possiamo dire in altre parole che l’uomo-animale per la prima volta comincia ad avere la sensazione che c’è qualcos’altro oltre se stesso. Inizia a immaginare questo “qualcos’altro” sotto forma di qualche strano animale. Queste storie iniziano a prendere una forma e quindi nasce il Mito nel quale è introdotta la Divinità, alla quale attribuirà tutti quegli eventi cui non riesce a dare spiegazione: il Fuoco, il Fulmine…In ogni caso si instaura un rapporto di Timore, in quanto trattasi di qualcosa di misterioso, ma anche di curiosità, in quanto l’uomo cerca di rappresentare questo Altro nel Mito, ad esempio come Zeus furente che scaglia fulmini sulla terra. Sente anche la necessità di fare dei sacrifici per calmare gli umori delle divinità. Sente che c’è un limite che deve rispettare per non incorrere nella collera della Divinità e quindi della Natura (a quell’epoca la Natura veniva ancora rispettata…).
- Ben presto l’uomo si rende conto che il Mito è il frutto della sua Immaginazione ma che la spiegazione del mito non sta in piedi. Aristotele dice che è necessario coltivare un Sapere Epistemologico ovvero un sapere che sta in piedi da se, che ha senso a prescindere dall’immaginazione dell’uomo. In questo modo nasce la Filosofia.
- Tecnica, Religione, Filosofia camminano da quel momento insieme per così dire mano nella mano, anche se Platone diceva che, nella sua Repubblica, la Politica (in senso Alto ovviamente…) avrebbe dovuto governare le altre discipline. Evidentemente aveva intuito che una Tecnica senza un controllo per così dire di tipo Etico, sarebbe stata deleteria per la vita Armonica della Polis greca.
- A dire il vero, Platone escludeva la tecnica dalla politica: la polis sarebbe danneggiata qualora fosse concesso agli artigiani, agli artisti ed a coloro che detenevano la tecnica di mettere bocca nelle faccende dello Stato.
- Torniamo a Kubrick e alla sua Odissea nello spazio.
- Kubrick fa il salto più lungo della storia del cinema: dalla preistoria al 2001. Un’astronave, nella quale tutte le funzioni sono controllate da un robot umanizzato chiamato Hal si dirige verso Giove: da un posto sperduto della galassia arriva uno strano segnale.
- A mano a mano che l’astronave si avvicina al pianeta, Hal comincia a dare segni di squilibrio e fa morire tutti i membri dell’equipaggio.
- Solo David, si salva, ma si scopre in completa balia della tecnica, tuttavia in qualche modo riesce a sabotare Hal e a completare il viaggio verso Giove e verso il segnale misterioso proveniente dal cuore della galassia.
- Si tratta di un viaggio Pauroso e Trascendentale, al termine del quale…
- … invecchia rapidamente fino al momento in cui, morente, riscopre un terrore ancestrale (che abbiamo chiamato Tsauma) e il Monolite Nero…
- … al quale tende la mano nella consapevolezza che esso lo riporti alla sua origine di essere umano, ingannato dalla tecnica e abbandonato nel cosmo.- Il film termina…
- In che senso Odissea nello Spazio ha a che vedere con La Lampada di Psiche?
- Le immagini che abbiamo scelto mostrano due aspetti cruciali nell’evoluzione dell’uomo: la Tecnica e il Sacro dal quale l’uomo è in parte attratto e in parte spaventato.
Scrive Galimberti:
Dal Sacro l’uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade di fronte a ciò che si teme ed al tempo stesso ne è attratto come lo si può essere nei confronti dell’origine da cui un giorno ci si è emancipati.
Oltre alla lettura religiosa, del sacro si danno anche diverse interpretazioni antropologiche e psicologiche, perché il sacro non è solo esterno all’uomo, ma anche interno ad esso, come suo fondo inconscio, da cui un giorno la coscienza si è emancipata e resa autonoma, senza peraltro sopprimere lo sfondo enigmatico e buio della sua origine.
Da questa origine la coscienza ancora dipende sia per la genesi delle sue ideazioni, sia per la minaccia di esserne di nuovo risucchiata in quelle forme che l’odierna “patologia”, in cui si è risolta l’antica “mitologia”, chiama follia.
- Galimberti dice che l’uomo ha smarrito le Orme del Sacro e che c’è una parte di sé, che non è la ragione, Psiche, che l’uomo trascura, ma inevitabilmente questo qualcosa di trascurato si trasforma in patologia: l’uomo nell’età della tecnica si sente così Potente, che pensa di non aver più bisogno di prendersi cura del suo Inconscio, del Sacro, di Dio. Al punto che come qualcuno dirà, Dio è morto.
- Un’altra analogia è che, come Kubrick, anche Galimberti sembra proporre come possibile salvezza per l’uomo moderno un ritorno alla Grecità e una riscoperta dell’Umanesimo. Da cosa si deve salvare l’uomo? Dal divenire funzionario dell’apparato tecnico.
- Ma cerchiamo di provare a capire fin dove è arrivata l’umanità nei rapporti con la tecnica e in che modo ci è arrivata.
Genealogia della tecnica: Eschilo, Techne e la Necessità
- Le prime riflessioni sulla tecnica nascono in Grecia, tutte attorno al mito di Prometeo, riportato con diverse finalità e con diversa narrazione da Esiodo,nelle “Opere e giorni”, da Eschilo, nel “ Prometeo incatenato” e, successivamente, da Platone, nel “Protagora”.
- In Eschilo, Prometeo vede in anticipo la caduta degli dei e della visione mitica del mondo. Zeus perderà il suo scettro regale da sé stesso a causa dei suoi stolti voleri, del suo pensiero privo di scienza e perciò arrogante.
- E questa caduta sarà determinata dall’uso sapiente del fuoco da parte degli uomini,che si verificherà essere strumento più potente e flessibile del fulmine scagliato da Zeus. - Ma Prometeo vede in anticipo anche la sorte mortale degli uomini, per cui non si limita al solo dono del fuoco, ma gli fornisce anche un farmaco per impedire che il genere umano si estingua già al momento della sua nascita.
CORO: Nei doni concessi non sei magari andato oltre?
PROMETEO: Si, ho impedito agli uomini di vedere la loro sorte mortale.
CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze.
CORO: Un grande giovamento hai così donato ai mortali!.
- La cieca speranza è l’idea di una vita non più regolata sul ritmo biologico nascita, crescita, maturità, morte ma da una rottura di questo ciclo attraverso la tecnica, che dà l’impressione di non essere sottoposta alla consumazione del divenire ma di assicurare una continua successione di cambiamenti riconoscibile come progresso.
- La connessione tra vita umana e verità, per Eschilo, è il vero rimedio contro l’infelicità.
- Ciò vuol dire che le arti e le tecniche non sono veri rimedi.
- Prometeo è eroe non perché dona all’uomo la Techne del Fuoco, ma perché dopo essersi illuso e aver illuso i mortali che la tecnica possa salvarli dall’infelicità e dal dolore, riconosce infine, da un lato, il proprio errore e dall’altro, la potenza invincibile della Necessità che si mostra nella luce della verità e che è la legge stessa della verità. Dice il Prometeo di Eschilo:“La Techne è troppo più debole della Necessità”
- Per essersi ribellato agli dei egli è incatenato e trafitto, ma le forze che lo trattengono sono sempre espressione di una Techne che, sebbene momentaneamente più forte, è destinata a soccombere alla vera potenza della Necessità.
- Profetizzando la futura rovina di Zeus, lo Zeus mitico a cui si rivolge la coscienza religiosa dei Greci, Prometeo afferma il tramonto di tale coscienza e insieme della tecnica.
- Separata dalla Verità la Tecnica è Hybris (tracotanza, prevaricazione) e dopo il suo momentaneo successo è destinata alla rovina.
- Per Eschilo, la grandezza di Prometeo consiste nel suo sapersi liberare della Hybris e nel comprendere che il sommo rimedio per l’uomo è la verità incontrovertibile dell’episteme, che consente di anticipare e prevedere il senso essenziale di tutto ciò che accade nel mondo.
GENEALOGIA DELLA TECNICA: Nieztsche e lo Spirito della Tragedia (TITOLO)
- Agli albori della seconda rivoluzione industriale, un signore baffuto e molto eccentrico dirà che Dio è Morto. E con questa frase sarà ricordato negli anni a venire.
- Parliamo ovviamente di Nietzsche che è un personaggio rilevante nella lettura di Galimberti. Come molti grandi uomini, Nietzsche resta perlopiù incompreso, al punto che su un suo libro si trova questa foto (Mostra LIBRO) che non è Nietzsche ma il re Umberto I…
- Il nome di Nietzsche mediante il concetto di Super-Uomo e di Volontà di Potenza verrà legato al Nazismo. In realtà Nietzsche disprezzava una parte della cultura germanica. Ma da questo punto di vista, anche grazie alla sorella, autrice di una manipolazione postuma del suo pensiero e fotografata in bella posa con Hitler, è stato travisato.
- Nietzsche diceva che Dio è Morto…ma cosa vuol dire? Evidentemente che l’uomo ha perso qualcosa di sé nel corso della storia…
- Celebre è la figura dell'uomo folle che gira in pieno giorno con una lanterna accesa, urlando "Cerco Dio!", attirandosi così lo scherno dei presenti. Alla richiesta di spiegazioni l'uomo afferma che Dio è morto, ovvero che nessuno crede più veramente.
- L'annuncio della morte di Dio ha una straordinaria efficacia retorica e forse anche per questo non è stato sempre compreso a fondo: taluni interpreti si sono limitati a leggerlo come l'ennesimo attacco al Cristianesimo e non ne hanno percepito la profondità e la complessità. Infatti Nietzsche con questa affermazione intende annunciare la fine di ogni realtà trascendente, indipendentemente dal culto che predichi tale realtà.
- Abbiamo parlato di Tragedia. Nietzsche si occupa della tragedia greca nel suo primo libro pubblicato, “La nascita della tragedia”.
- Nietzsche si chiede perché la civiltà greca sentì il bisogno di concepire la Tragedia nel momento del suo massimo splendore?
- Un’antica leggenda narra che Re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo tra stridule risa in queste parole:
“Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio per te è assolutamente irraggiungibile: …non essere nato…non essere…essere niente! Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è …morire presto!”
- Cosa ci vuole dire questo mito? Forse che il Greco aveva ben presente la propria condizione mortale.
- E poi perché gli antichi greci crearono gli Dei olimpici? Forse perché in essi ogni uomo vedeva rispecchiato il mondo perfetto, quello cui aspirava ma che non poteva vivere, oppresso com’era dalla tragicità dell'esistenza: gli Dei consentivano all'uomo di vivere e di sopportare la sua esistenza, coprendo con il loro gusto della misura ogni accenno di eccesso e sfrenatezza. Era l'epoca dell'apollineo, l'epoca Omerica, che sarebbe stata superata dall'arrivo di Dioniso.
- Nietzsche nella Nascita della Tragedia, individua due componenti in ogni arte: lo spirito apollineo e il dionisiaco. Mentre Apollo è il dio dell'equilibrio e della misura, Dioniso rappresenta la sfrenatezza, l'estasi.
- Apollineo è sinonimo di razionalità, mentre il dionisiaco è legato all’istinto, all’emotività.
- L'arte apollinea per eccellenza è la scultura, quella dionisiaca la musica.
- Infine l’Apollineo è associato al Sogno, mentre il Dionisiaco all’Ebbrezza.
- Come nell’arte anche nella vita, Nietzsche crede che dall'equilibrio delle componenti Apollinea e Dionisiaca nasca per l'uomo una situazione di serenità e di armonia. Nietzsche ritrova quest’armonia negli antichi greci e non nell'uomo moderno, per questo s’interroga su come ebbe origine la tragedia e sul perché essa cessò rapidamente il suo splendore.
- La tragedia greca è la perfetta sintesi di apollineo e dionisiaco. Mentre i personaggi al centro della scena rappresentano lo spirito apollineo, il coro, costituito da una massa d’invasati, costituisce la componente dionisiaca.
- Lo spettatore vede la scena sotto forma di “sogno del coro”: in altre parole, è come se il coro immaginasse la vicenda e gli spettatori assistessero a questa illusione apollinea, che è una sorta di specchio in cui si riflette l'ebbrezza dionisiaca del coro.
- Nella tragedia greca, i personaggi appaiono quindi come una visione plasticamente reale, ma che nasconde il terrore profondo dell’ebbrezza di Dioniso, il flusso continuo della vita che s’impone con potenza irresistibile.
- …ma poi arrivarono Socrate ed Euripide:
- Euripide, soggiogato da Socrate, per il quale il Dionisiaco era considerato un male, elimina il coro dionisiaco dalla Tragedia.
- Nietzsche considera Socrate, poiché devoto della ragione (e quindi dell’apollineo) in modo assoluto, come il primo responsabile del declino della civiltà occidentale.
- Socrate Apollineo lo ritroviamo in un famoso quadro di David. Poco prima di morire chiese di imparare a suonare la cetra, simbolo di Apollo. Fino in fondo devoto alla Legge e all’ordine supremo.
- Prima abbiamo detto che, secondo Nietzsche, l’uomo non sa più essere trascendente: l’uomo cioè rifiuta la sua origine dionisiaca a tutto vantaggio del suo lato apollineo, con la sua naturale predisposizione all’ordine e alle regole che ben si adattano alla logica della tecnica.
- Come direbbe Freud, l’uomo ha barattato un po’ di felicità con la sicurezza che deriva dall’esistenza in un mondo regolato.
- Lo spirito dionisiaco che l’uomo rifiuta è l’impulso alla vita, è volontà di potenza, ovvero volontà come perpetua trascendenza e rinnovamento dei propri valori.
- Il Super Uomo, altro concetto travisato del pensiero di Nietzsche, è uno che accetta la vita per quello che è, con il dolore, la morte e quanto di dionisiaco e di tragico essa contiene.
- Parafrasando Galimberti, il Super Uomo accetta la tecnica per quello che è, cosciente della sua inarrestabilità e, quindi, consapevole della necessità di una maggiore capacità di comprensione che, se pure non è sufficiente a dominare la tecnica, evita almeno che questa accada a sua insaputa e si traduca in insignificanza del suo esistere.
- Galimberti riprende l’etica del viandante, che non è il viaggiatore per il quale il viaggio è un mero spostamento da un luogo all’altro, ma, come Dante, consapevole che ciò che in ogni momento sta per accadere produce un cambiamento che potrà avere un’influenza su di lui e pertanto si dispone ad accoglierlo.
- Dio è morto e l’uomo si crede onnipotente: ma con questo assassinio si ritrova ad essere solo nell’universo, in balia di un mondo che non è più in grado di dominare:
- nelle società industriali, l’uomo si ritrova esposto alle più svariate forme di disagio psichico: nevrosi, psicosi, malessere strisciante.
- La psicanalisi tenta di offrire un rimedio: diventare sé stessi.
- Ma un uomo che diventa se stesso non è funzionale all’apparato tecnico per il quale tutti gli uomini devono essere omogenei.
GENEALOGIA DELLA TECNICA: Nazismo e annullamento delle emozioni (TITOLO)
- L’età della tecnica per come la conosciamo oggi, secondo Galimberti, nasce con il nazismo. L’uomo diventa funzionario che esegue procedure prestabilite dall’apparato tecnico.
- Il fine del suo lavoro non ha per lui alcun senso. L’uomo è privo di ogni emozione.
- Con il nazismo l’uomo scopre una forma del tutto nuova di psicopatia: scopre di poter uccidere senza coinvolgimento emotivo: “si eseguivano degli ordini”, dirà al processo di Norimberga uno dei responsabili del campo di Treblinka.
“Quanta gente arriva con un convoglio?” chiesi a Stangl.
“Di solito circa cinquemila. Qualche volta di più”
“Hai mai parlato con qualcuna di quelle persone che arrivavano?”
“Parlato? No … generalmente lavoravo nel mio ufficio fino alle undici – c’era molto lavoro d’ufficio. Poi facevo un altro giro partendo dal Totenlager. A quell’ora, lì erano già un pezzo avanti con il lavoro”.
Voleva dire che a quell’ora le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano già morte. Il “lavoro” era la sistemazione dei corpi, che richiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva anche durante la notte.
“Ma lei non poteva cambiare tutto questo?” chiesi io. “Nella sua posizione, non poteva far cessare quelle nudità, quelle frustate, quegli orrori dei recinti da bestiame?”
“No, no, no. … il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinque e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esige il massimo dell’efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. L’aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile”.
- La scienza con il Nazismo si fonde perfettamente con la tecnica. Mentre fino a quel momento l’ambito della scienza era il laboratorio, in cui l’esperimento è circoscritto nello spazio e nel tempo, con il nazismo, l’ambito diviene il mondo intero. La scienza e la tecnica divengono un tutto unico: l’esperimento è sul mondo: lo spazio a disposizione… illimitato!
- Dalle macerie del nazismo resta quello che Vattimo ha definito Pensiero Debole, ovvero un pensiero che non sa più chiedersi cosa c’è oltre. Che non ha più la forza di sporgersi oltre.
- Il pensiero sarà solo Compulsivo, non più Metafisico. Diceva Aristotele:
“la nostra mente Verbalizza in continuazione …
vede un tramonto, lo verbalizza…
vede un fiore, lo verbalizza… … …
A volte bisognerebbe arrestare questo flusso. . .
E ascoltare il proprio respiro…
In silenzio …”
L’età della tecnica: dall’individuo al funzionario
- La Tecnica Individua l’uomo solo come suo funzionario. Quando c’è un disastro ferroviario si parla sempre di errore umano che verrà corretto con un opportuno intervento tecnico.
- L’uomo nell’età della tecnica rappresenta un Potenziale di Errore variabile nel corso della sua esistenza e di conseguenza viene trattato dalla Tecnica…
- … quando è giovane è inesperto e può sbagliare con facilita, poi diviene maturo e la sua efficienza è massima ma questo dura poco perché poi diviene vecchio, stanco disattento e quindi l’efficienza torna ad essere bassa. Dal punto di vista della Tecnica l’uomo non invecchia: diviene obsoleto, superato, la sua storia non ha più alcun Senso.
- Per la Tecnica non è mai troppo economicamente conveniente investire su un anziano: la Saggezza che si conquista a fatica con gli anni non è più un valore.
- La tecnica non ha per fine quello di rendere felice l’uomo. Il suo unico fine è quello di potenziare se stessa, migliorandosi all’infinito. Senza porsi alcun limite. Ma la non-consapevolezza dei propri limiti era chiamata dai Greci Hybris, Tracotanza, ed era il peggiore degli errori.
- L’uomo può volontariamente decidere di non meditare su quanto gli sta accadendo ma questo qualcosa che tentiamo di nascondere, di soffocare si ripresenta come malattia, sofferenza, inquietudine, ansia. In una parola: psicopatia.
- L’uomo moderno, rinunciando a porsi le domande classiche della filosofia, rinuncia a occuparsi del suo mondo (oltre che del suo lato dionisiaco), di conseguenza non può che procedere in modalità “pilota automatico”.
- Il guaio è che questa modalità genera uno strano Senso di sofferenza nell’uomo, un senso di incompletezza al quale oggi molto spesso risponde accumulando gratificazioni (denaro, beni, …carriera). Ma le gratificazioni chiamano altre gratificazioni in una spirale senza fine.
In altre parole, l’uomo nell’età della tecnica trascura una parte importante del suo essere, la quale torna a galla come stress, tormento, sofferenza. Ci sono aspirazioni profonde dentro di noi che restano soffocate.
L’uomo non si prende più Cura di Sé. E non parlo ovviamente di Beauty farm, Palestre e Centri di Bellezza. La cura di sé nell’età della tecnica si riduce a cura dell’immagine, cioè di come appariamo, trascurando ciò che siamo o ciò che stiamo diventando o che possiamo diventare. Moltissima Cura dell’Avere e di conseguenza del Fare, Molta cura dell’Apparire. Poca Cura dell’Essere.
Dove sono finite le grandi domande? E la discussione politica, religiosa? Dove sono finite le ideologie e la libertà? Dove è finita la crescita interiore? E l’individuo nella comunità? Dove è finita la Polis?
- Sparite. È rimasta la quotidiana discussione intorno a Berlusconi, quella riguardo Garlasco, Cogne, Perugia…e soprattutto La Gazzetta dello Sport. O il Corriere, a seconda degli schieramenti.
- Non siamo più una comunità…
- Non siamo più una Massa Coerente d’individui. Siamo diventati una Massa Incoerente di Funzionari. Di persone obbligate loro malgrado a convivere con altre.
- Grazie ad Internet, la Quantità delle relazioni è cresciuta in maniera esponenziale mentre la Qualità delle relazioni è crollata miseramente.
- Anche il bisogno d’informazione evolve come la Tecnica: senza limiti. Accumuliamo informazioni all’infinito.
- Infine, poiché insieme incoerente di funzionari, siamo divenuti impotenti sia come massa che come individui. E forse anche più soli.
- L’età della tecnica: revisione delle categorie umanistiche (DIAPOSITIVA TITOLO)
- Galimberti afferma che, nell’età della tecnica, debbano essere riviste le principali categorie umanistiche.
- Ne abbiamo scelte tre tra quelle riportate nella Lampada di Psiche: quelle di libertà, uguaglianza e fraternità, nella forma che ci è pervenuta dalla rivoluzione francese delle quali parleremo solo per tratti sintetici, rinviando alla lettura del libro.
- Libertà, fino alla rivoluzione francese era intesa come libertà dalla legge. Con la Magna Charta Libertatum, già nel 1215, alcuni privilegiati erano resi liberi di non rispettare la legge.
- Strano destino quello della Libertà, in particolare, negli ultimi decenni, considerato uno slogan forte della sinistra negli anni sessanta e fino alla metà degli anni novanta, è diventato, poi, uno slogan della destra, che in Italia lo ha affibbiato anche al nome di un partito.
- È risaputo ad ogni modo che, nel capitalismo, la Libertà è considerata antitetica all’uguaglianza.
- Il concetto di uguaglianza, poco praticato nella storia, è stato l’elemento caratterizzante dei regimi del cosiddetto socialismo reale, ma a tutto scapito della libertà.
- Il concetto di fraternità, non è stato quasi mai realmente praticato nella storia; spesso è stato anzi frainteso o addirittura combattuto.
- Vediamo ora in che modo sono evoluti questi concetti con il dominio della Tecnica.
- L’età della tecnica ha un rapporto positivo con la libertà: le fa comodo perché è funzionale alla sua logica, ma paradossalmente le merci sono più libere degli uomini nei loro spostamenti.
- “Io credo pochissimo nella libertà” afferma Galimberti. Un piccolo esempio:
Jean Paul Sartre una volta andò in montagna, cadde, si spaccò una gamba, fu ricoverato in ospedale. Andò a trovarlo Maurice Merlau-Ponty, che gli disse: “Ma non potevi andare su quella montagna assieme a una guida?” E Sartre gli rispose: “Ma te lo immagini Sartre che va in montagna con una guida?”
Sartre non era libero di andare in montagna con una guida, perché se Sartre è Sartre, Sartre è quello che va in montagna senza guida: libero!
- Questo per sottolineare che si tratta di un concetto piuttosto equivoco. Oggi libertà serve solo per affibbiare una responsabilità alla gente e comunque si hanno maggiori spazi di libertà quanto più solida è la propria posizione economica.
- Uguaglianza, nell’età della tecnica è ridotta al simulacro dell’omologazione, mentre la fraternità è confusa con integrazione e assistenza.
- Rimedi proposti a mo’ di conclusione (DIAPOSITIVA TITOLO)
- Come ogni opera d’arte, un’esistenza umana che voglia dirsi ben equilibrata dovrà essere consapevole delle sue due componenti essenziali: lo spirito dionisiaco e lo spirito apollineo.
- In altre parole, come la tragedia rappresentò la sintesi in arte di questi due elementi, così in una vita armonica, ci dovrà essere un equilibrio tra ragione ed emotività.
- L’eccesso di uno o l’altro, porta inevitabilmente a una disumanizzazione.
- Euripide (su mandato di Socrate) elimina dalla Tragedia l’elemento Dionisiaco originario e onnipotente. Sembra che proprio qui ebbe inizio il declino della società occidentale.
- Nell’età della Tecnica prevale l’ordine, la costrizione, la regola, il principio di individuazione, in una parola l’apollineo. Dioniso è stato cacciato dalla polis ma esso rientra furtivo dalla finestra dell’inconscio come psicosi, nevrosi, follia o più semplicemente come malessere strisciante, come inquietudine. Forse bisogna tornare a coltivare il dionisiaco che è dentro di noi, a cominciare da un ritorno a una vita più sociale:
- La Cura di Sé, e in particolare della Consapevolezza di Sé e della realtà che ci circonda, è un possibile rimedio proposto per cercare di arginare il dilagare della Tecnica.
- Un ritorno alla grecità come Individui ma anche come Polis. L’uomo moderno, come il Greco, per continuare a essere umano e non lasciarsi invadere dalla Tecnica, deve tornare a coltivare, ad avere cura di una scintilla divina dentro di se.
- Per essere un Individuo (In-dividum = indivisibile) deve riconoscere l’Altro da Sé, anche nel senso della Polis.
- Occorre riconoscere l’Altro non solo quando soffre e rinunciare a parlare di integrazione (che costringe l’Altro ad adeguarsi alla nostra cultura senza cercare di comprenderlo) e parlare di Fraternità come architrave dei due pilastri della società civile: senza la Fraternità, Libertà ed Uguaglianza sprofondano nell’oblio e nel Patetico.
- Haiti o L’Aquila non hanno nulla a che fare con la fraternità: si tratta semplicemente di Assistenza e in forma spettacolare.
- Occorre riconoscere l’Altro da Sé nel senso di riconoscere la Natura che ci circonda come una risorsa limitata che non è a nostra completa e indiscriminata disposizione.
- Occorre almeno tentare di riconoscere e di prendere Consapevolezza di dove ci sta trascinando la Tecnica che come fine non ha il Bene dell’Uomo ma solo il potenziamento di se stessa.
- Ecco allora l’economia impazzita a livello mondiale, la natura selvaggiamente aggredita con quanto ne segue in termini di deforestazione ,di cementificazione, di inquinamento, la manipolazione genetica, la crescita delle psicosi, l’Altro non Compreso: l’11 Settembre, paradigma dell’Uomo in balia dell’Età della Tecnica.
- Si spiega meglio, così, quanto dice Heidegger:
“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo.
Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.
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